Italia senza bovini? Un futuro da evitare tra lavoro, ambiente e sovranità alimentare

Come sarebbero un mondo e un’Italia senza bovini? La domanda è stata al centro dell’incontro di martedì 16 settembre presso la Camera dei Deputati, dove è stato proiettato “World Without Cows”, il docufilm che immagina un pianeta senza allevamenti bovini. Uno stimolo cinematografico che, osservato dal nostro Paese, somiglia fin troppo a una profezia: negli ultimi sessant’anni il nostro Paese ha perso il 92% degli allevamenti, e oggi importiamo il 60% della carne bovina che consumiamo. Ma cosa accadrebbe se i bovini sparissero del tutto? Non è una domanda teorica: in gioco ci sono il lavoro di oltre mezzo milione di famiglie, la salute dei suoli, la nostra sovranità alimentare e persino le eccellenze del Made in Italy, a partire dai grandi formaggi DOP come Parmigiano Reggiano e Grana Padano.

Sessant’anni di declino

Negli anni ’60 c’erano 1,5 milioni di allevamenti bovini, disseminati lungo la Penisola. Oggi ne restano poco più di 121 mila. Interi villaggi hanno perso le stalle che ne scandivano la vita, i paesaggi agricoli si sono svuotati. Anche i capi sono diminuiti: oggi in Italia sono presenti circa 6 milioni di capi bovini (FAOSTAT), in calo del 31% rispetto al 1982, quando il numero di capi era 8,7 milioni.

Dietro questi numeri non c’è solo un pezzo d’economia che se ne va. C’è un tessuto sociale che si sfilaccia, c’è il rischio che zone interne e montane, già fragili, si trasformino in deserti disabitati. Eppure il settore continua a produrre valore: 10 miliardi di euro per la carne, 25 miliardi per la filiera del latte e suoi derivati, oltre 550 mila addetti in filiera. Se chiudessero le stalle rimaste, il colpo sarebbe devastante. Ma il dato più allarmante è quello sull’autosufficienza. Nel 2010 coprivamo con la produzione nazionale il 58% del nostro fabbisogno di carne bovina. Nel 2023 siamo scesi al 40%, il minimo degli ultimi dieci anni. Tradotto: sei bistecche su dieci provengono da allevamenti stranieri.

L’ambiente oltre gli slogan

Nel dibattito pubblico l’allevamento è spesso dipinto come un nemico del clima. Ma i dati italiani ridimensionano di molto questa immagine. “L’allevamento bovino in Italia è già net zero per i gas climalteranti», afferma Giuseppe Pulina, professore di Etica e sostenibilità all’Università di Sassari e Presidente dell’Associazione Carni Sostenibili: «L’Italia è tra i Paesi più virtuosi al mondo nel bilancio delle emissioni zootecniche. Secondo ISPRA, il settore pesa solo per il 5,4% delle emissioni totali, con un calo di oltre il 14% negli ultimi 30 anni. Inoltre, le aree di allevamento contribuiscono al sequestro di carbonio, migliorando ulteriormente il bilancio ambientale».

World without cowsE con le nuove metriche (GWP*), il saldo è addirittura negativo: il settore sequestra più carbonio di quanto emetta. «Ciò è reso possibile anche grazie all’uso di tecnologie avanzate e a un approccio basato sulla conoscenza, che aumenta efficienza e sostenibilità», sottolinea il Professor Pulina. «Ridurre ulteriormente i capi bovini sarebbe dannoso non solo per l’economia e la società, ma anche per l’ambiente. Senza bovini quelle terre verrebbero abbandonate, con conseguenze gravi per la fertilità dei suoli e la biodiversità». Il contributo principale alle emissioni nazionali è dato dal comparto energetico, a cui si ricollega oltre l’85% delle emissioni di gas climalteranti, così ripartite: 28,3% dai trasporti; 5,9% dai processi industriali; 52,1% dall’industria energetica.

L’Italia davanti a un bivio

Guardare World Without Cows dall’Italia significa riconoscere che una parte di quel “mondo senza bovini” è già qui, nei vuoti lasciati dalle stalle che chiudono ogni anno. Il rischio è duplice: diventare sempre più dipendenti dalle importazioni e perdere, insieme agli allevamenti, pezzi di paesaggio, cultura, lavoro, ricette e prodotti della tradizione gastronomica del Bel Paese.

World Without Cows
World Without Cows è stato scritto e diretto da Michelle Michael e Brandon Whitworth che hanno trascorso quasi tre anni visitando scienziati, accademici, agricoltori e altri per osservare da vicino l’impatto sociale, finanziario, nutrizionale e ambientale delle mucche e per esplorare le possibili ripercussioni di un mondo senza di loro.

La sfida è chiara: innovare, ridurre gli impatti, ma difendere un settore che non è solo economia. È sicurezza alimentare, è occupazione diffusa, è presidio del territorio. E in un momento in cui si parla molto di sovranità alimentare, rinunciare del tutto ai bovini significherebbe rinunciare a una parte importante di indipendenza.

«Il film “Un mondo senza vacche” mostra le conseguenze globali dell’assenza di bovini. In Italia, le mandrie contribuiscono a un sistema territoriale che ogni anno assorbe più carbonio di quanto emetta, custodisce prati e pascoli, frena l’avanzata di roveti e pino mugo, sostiene la biodiversità e il turismo», conclude il Professor Pulina: «Negli ultimi trent’anni l’intensità emissiva per litro di latte è calata di circa il 40%, con punte oltre il 55% nei sistemi più efficienti. Anche la carne bovina italiana è tra le meno impattanti al mondo. Senza vacche, sparirebbero produzioni tipiche, comunità rurali, saperi gastronomici e un presidio ambientale costruito in secoli di storia. Difendere le mandrie significa custodire il futuro del Paese».

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