Emilia Romagna: dal carcere nuova vita ai rifiuti elettrici ed elettronici

Schermata 2016-04-12 alle 15.05.07Si chiama “RAEE in carcere” ed è un progetto interprovinciale, attuato negli Istituti di Pena di Bologna, Ferrara e Forlì-Cesena, pensato con una duplice valenza: favorire l’inclusione sociale dei detenuti, che lavorano al progetto, e riciclare i rifiuti elettrici ed elettronici, dando una mano al rispetto e alla tutela dell’ambiente. Da un lato, quindi, il recupero dei soggetti in esecuzione penale o che hanno terminato il periodo di detenzione, e dall’altro il recupero dei materiali. Il progetto vede il sostegno, oltre che dal Ministero della Giustizia, anche da Ecolight, Hera e ERP Italia (European Recycling Platform) che hanno scelto di dare il proprio contributo all’iniziativa promossa dalla Regione Emilia-Romagna in collaborazione con il Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, le Direzioni degli Istituti di Pena dei territori di Bologna, Forlì-Cesena e Ferrara e altri partner istituzionali e privati.

L’impegno è stato soprattutto quello di fornire il materiale da lavorare, circa 120 tonnellate di elettrodomestici in disuso appartenenti al raggruppamento R2 – Grandi Bianchi: un contributo pari a una media di 10t/mese di lavatrici. Il lavoro, svolto presso la Cooperativa il Germoglio, che gestisce uno dei laboratori, ad esempio, ha permesso di raggiungere un risultato straordinario: oltre il 96% del materiale separato è stato recuperato, mentre solo il 3% è andato a smaltimento. Nel 2016 si prevede di replicare queste percentuali di recupero.

BioEcoGeo RAEE in carcereQuesti sono i dati riguardanti il valore ambientale del progetto, ma per quanto riguarda il valore sociale ciò che viene fuori è altrettanto incredibile: più di 60 persone in esecuzione penale sono state coinvolte nei tre laboratori, di queste, 22 sono state assunte dalle cooperative sociali che gestiscono i 3 laboratori (It2 a Bologna, Gulliver a Forlì e Il Germoglio a Ferrara). Per poter attuare il progetto, chiaramente, è stato necessario adeguare i locali e l’accesso agli istituti di pena, poiché i laboratori interni al carcere non sono accessibili a tutti e sono stati quindi attrezzati con adeguata impiantistica e sistemi di sicurezza: i locali comunicano con un cortile intramurario dove possono accedere i camion, con piano di carico ad altezza del pianale del cassone e aree adibite a stoccaggio dei materiali.

A dimostrazione che tutto è possibile, se si ha la motivazione giusta a cominciare un percorso di emancipazione e di rieducazione: ambientale e sociale. Ma il progetto ha anche lo scopo di creare impresa e lavoro, soprattutto per le persone che poi, una volta uscite da carcere, hanno nuove competenze e professionalità da spendere, per le quali si rende necessario un accompagnamento competente e in raccordo con il territorio, che ne favorisca il pieno rientro nella legalità e nella vita civile della comunità. Per questo, in collaborazione con le istituzioni, il progetto promuove il coinvolgimento attivo anche dell’economia sociale e l’alleanza con il sistema profit territoriale, a sostegno della continuità delle iniziative e della valorizzazione dell’impegno sociale delle imprese.



Stefania Divertito

Stefania Divertito, è giornalista d’inchiesta, specializzata in tematiche ambientali. Numerose le sue inchieste anche su argomenti delicati. Per citarne alcune: Uranio, il nemico invisibile; Amianto, storia di un serial killer; Toghe verdi, storie di avvocati e battaglie civili. Il suo ultimo lavoro è anche la sua sfida: un romanzo thriller con sullo sfondo il tema dello smaltimento illegale di amianto. Ha vinto il Premio Pasolini nel 2013 ed è stata cronista dell’anno nel 2004.


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