Guerra e clima: le emissioni del settore militare aggravano le cause dei conflitti

Le guerre non solo distruggono. Contribuiscono anche a rendere il mondo più caldo, più instabile, più insicuro.

Emissioni armamentiTratto dall’articolo di Francesco Suman da Il Bo live – Università di Padova

Alcune delle guerre oggi in corso nel mondo sono conflitti per le risorse: in certe zone come il Darfur o la Siria, l’acqua si fa sempre più scarsa con l’aumento delle temperature globali, che a nord stanno sciogliendo i ghiacci dell’Artico, liberando nuove rotte commerciali e offrendo l’accesso a depositi minerari e di idrocarburi che le potenze del mondo si stanno contendendo, anche con la forza.

L’assurdità delle guerre risiede anche nel fatto che attrezzarsi per combatterle aumenta le emissioni di gas serra, che aggravando il riscaldamento globale inaspriscono le cause stesse dei conflitti.

Secondo un recente studio del Conflict and Environment Observatory, l’incremento della spesa militare da parte dei Paesi della NATO potrebbe aggiungere quasi 200 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno, una quantità di gas serra paragonabile alle emissioni annuali di un Paese come il Pakistan.
Ma c’è di più: la crescente militarizzazione del pianeta sta alimentando un circolo vizioso in cui le stesse crisi ambientali che contribuiscono a innescare i conflitti – come la scarsità d’acqua, la desertificazione, la competizione per le risorse – vengono aggravate proprio dagli effetti climatici dell’industria bellica.

Le emissioni della guerra

Secondo le stime, il settore militare globale è responsabile del 5,5% delle emissioni mondiali di gas serra. Se fosse uno Stato, sarebbe il quarto emettitore al mondo.

A pesare non sono solo i mezzi militari alimentati da diesel o kerosene, ma anche la produzione di materiali ad alto impatto ambientale come acciaio e alluminio, e la gestione delle scorie e dei rifiuti. Tuttavia, molte di queste emissioni non sono contabilizzate nei bilanci ambientali nazionali. La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), infatti, non impone agli Stati di includere in modo sistematico i dati relativi al comparto difesa.

L’effetto NATO

L’analisi si concentra su 31 dei 32 Paesi membri della NATO, che dal 2019 hanno aumentato progressivamente la percentuale di PIL destinata alla difesa: dall’1,5% nel 2019 a quasi il 2% nel 2024. Entro il 2030, secondo il piano europeo ReArm Europe, si prevede di arrivare al 3,5%.

Questo aumento comporterebbe una crescita annuale di emissioni tra 87 e 194 milioni di tonnellate di CO₂, secondo il livello di spesa. In termini economici, il danno ambientale che ne deriverebbe – calcolato secondo il costo sociale del carbonio (SCC) – ammonterebbe tra 119 e 264 miliardi di dollari ogni anno.

Emissioni armamenti

Mezzo mondo in guerra

Il contesto geopolitico è drammatico: 92 Paesi sono coinvolti in 56 conflitti armati, secondo il Global Peace Index . Solo le guerre in Ucraina e a Gaza hanno causato circa 162.000 morti nel 2023, quasi tre quarti del totale mondiale.

La spesa militare globale ha toccato la cifra record di 2.700 miliardi di dollari all’anno, con aumenti registrati in oltre 100 Stati. Gli Stati Uniti ne rappresentano da soli oltre 900 miliardi, mentre la Russia spende circa 145 miliardi. Anche il governo britannico, come altri Paesi europei, ha ridotto i fondi alla cooperazione internazionale per aumentare quelli alla difesa.

Eppure, la guerra non distrugge solo vite umane. Devasta gli ecosistemi.
Secondo l’iniziativa GHG Accounting of War, il solo conflitto in Ucraina avrebbe generato in tre anni 230 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. A ciò si sommano gli effetti ecologici diretti: la distruzione della diga di Kakhovka, nel 2023, ha sommerso mezzo milione di ettari di terra agricola e liberato in acqua carburanti e metalli pesanti dai fondali.

Decarbonizzare il settore militare?

Lo scenario, secondo il Conflict and Environment Observatory, è preoccupante anche perché le emissioni della guerra tendono a passare sotto silenzio, sia sul piano politico che su quello mediatico. La priorità, secondo i ricercatori, dovrebbe essere includere obbligatoriamente le emissioni militari nei report nazionali all’UNFCCC.
Ma non solo. In un mondo dove la riduzione dei conflitti appare un obiettivo lontano, si fa strada l’idea – apparentemente paradossale – di “decarbonizzare” il settore militare, puntando su basi energeticamente autosufficienti, combustibili a basse emissioni e mezzi meno impattanti.
L’Agenzia Europea per la Difesa ha però evidenziato una criticità ancora poco affrontata: la mancanza di standard ambientali nelle gare d’appalto militari.

Il paradosso della finanza climatica

Alla Cop 29 di Baku, i Paesi del Sud del mondo hanno chiesto di fissare a 1.000 miliardi di dollari l’impegno finanziario globale per contrastare il cambiamento climatico. L’accordo finale si è fermato a 300 miliardi.
Eppure – come ha ricordato il delegato di Panama – il mondo spende oltre 2.500 miliardi ogni anno in armamenti, e questa cifra non viene mai considerata “irragionevole”.
Lo è invece quando si chiede un finanziamento equo per salvare vite, adattarsi alla crisi climatica e sostenere la transizione ecologica nei Paesi più vulnerabili.

Mentre l’umanità spende cifre astronomiche per armarsi, il costo ambientale della guerra continua a crescere, invisibile ma reale. Le emissioni legate al settore militare contribuiscono in modo diretto al cambiamento climatico, e quest’ultimo, a sua volta, è un fattore moltiplicatore di tensioni, carestie e migrazioni.

È tempo di rendere conto di queste responsabilità. Anche il clima è vittima della guerra.