Mentre il nuovo procuratore della Repubblica, Carlo Maria Capristo, illustra la sua contrarietà a una spettacolarizzazione del processo ILVA e il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, afferma che «Taranto non è fuori mercato perché in giro per il mondo non ci sono impianti molto più avanzati», Peacelink lancia il videoshock di un ex operaio che racconta l’inferno sotto l’ILVA.
Fra tutte queste notizie, Alessandro Marescotti, Presidente di PeaceLink, con rammarico evidenzia come a Taranto ormai non si muoia più per il profitto, ma per le perdite

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Gravata di tre miliardi di euro di debiti, l’ILVA di Taranto si avvia verso la fine. Come un enorme pachiderma in agonia, quella che era l’acciaieria più grande d’Europa si sta accasciando sotto il peso di debiti crescenti e di un mercato siderurgico in crisi. Non sono bastati otto decreti a salvarlo, non lo salverà il nono.

Oltre alla recessione mondiale del mercato, c’è una novità letale per tutte le acciaierie in crisi: il prezzo internazionale dell’acciaio nel 2015 è diminuito del 45%. In altri termini non vi sono più gli spazi di manovra per fare profitti. Persino in Cina alcune acciaierie hanno chiuso. Vi è un eccesso di capacità produttiva di acciaio nel Pianeta. Questo eccesso produce sul mercato, in situazione di contrazione della domanda, un calo dei prezzi non congiunturale. L’acciaio non è più oggi un bene strategico. Non vi è una richiesta tale da imporre interventi “strategici” di politica industriale. L’acciaio, viceversa, è una merce abbondante e facile da produrre, tanto che ormai proviene dai paesi emergenti, senza tanti problemi. Quindi tutta la prosopopea sulla difesa dell’acciaio dell’ILVA è fuori luogo. Se ci serve lo possiamo comprare ovunque. Quello che rende forte una nazione oggi non è la disponibilità di acciaio, assolutamente garantita da un mercato ipertrofico, ma è il know-how basato sui brevetti, è la ricerca che esplora nuovi materiali, come ad esempio il nuovo kevlar, un materiale più resistente e leggero dell’acciaio, frutto di processo nanotecnologico innovativo che in prospettiva potrebbe rivoluzionare molti settori dove adesso domina l’acciaio. Le nazioni che produrranno il sostituto dell’acciaio a basso prezzo saranno, quelle sì, dotate di un’industria strategica. Inoltre il mondo di oggi assiste allo tsunami cinese che sconvolge gli equilibri di mercato.
La Cina per di più sta rallentando la propria crescita. Si trova con un mercato interno che assorbe meno acciaio e quindi la sua produzione si riversa sul mercato estero producendo un effetto di crollo dei prezzi.

In questo scenario, chi parla di acciaio come “produzione strategica” è fermo al passato. L’acciaio era strategico nel secolo scorso. Oggi sono strategiche altre risorse e altri prodotti. Il fotovoltaico, ad esempio. I nuovi materiali. La microelettronica. Le tecnologie smart. Le stampanti 3D. L’internet delle cose. La sensoristica di rete. La realtà aumentata. Le città che apprendono. Le tecnologie per la salute. La prevenzione. Il cibo. L’acqua. La valorizzazione del paesaggio. Il capitale naturale. Il capitale umano. I giacimenti culturali. Il risparmio energetico. Gli algoritmi per ridurre gli sprechi. Le case passive. Il know-how per il recupero dei terreni contaminati.

Potremmo continuare.
Taranto potrebbe essere la città dove sperimentare queste novità. Invece è il luogo dove si sperimenta l’agonia di un modello di sviluppo che sta producendo perdite a getto continuo. L’ILVA di Taranto accumula debiti in continuazione: aver accumulato tre miliardi in tre anni è una follia. Quindi a Taranto non si muore per il profitto. Si muore per produrre perdite. È il luogo dove si produce per inerzia senza alcuna prospettiva e senza alcun vantaggio.
Il compromesso che la Corte Costituzione nel 2013 aveva valutato a proposito del primo decreto “Salva ILVA”, ossia un bilanciamento “ragionevole” fra costi e benefici, fra inquinamento e occupazione, oggi nell’ILVA non c’è più: a Taranto non si sta bilanciando un bel nulla. Si sta andando solo verso l’accumulazione di debiti che sono superiori all’ammontare complessivo dei salari. Ai lavoratori ILVA vanno circa cinquecento milioni di euro/anno. Se un’azienda perde una cifra annua doppia non ha più alcuna ragione di esistere. Potrebbe mandare in vacanza gli operai e risparmierebbe.

Cosa si sarebbe potuto fare con i tre miliardi persi in un’insensata produzione inquinante che ha pompato acciaio verso un mercato che lo ributtava indietro perché saturo? Si sarebbe potuto avviare un serio progetto di bonifica, riconversione economica e riqualificazione paesaggistica sul modello della Ruhr in Germania. Con i fondi europei per le aree di crisi industriale si sarebbe potuto cofinanziare il progetto di riconversione con una cifra equivalente: immaginate tre miliardi più tre miliardi, per un totale di sei. Oggi la Commissione Europea sente puzza di bruciato e accusa l’Italia di aver concesso aiuti di Stato per un’azienda decotta. Il TFUE (Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea) vieta gli aiuti di Stato. Ma non vieta allo Stato di aiutare Taranto. Se in questa storia lo Stato, invece di bruciare denaro in un salvataggio perdente, avesse investito in una riconversione green dell’economia, adesso la Commissione Europea avrebbe inviato un elogio al governo Italiano e non un altolà.

In tutta Europa i brownfield (le ex aree industriali) sono il campo di lavoro per gli architetti, in modo da non cementificare i greenfield. Il consumo del suolo viene così contenuto recuperando e bonificando i brownfield. Esiste un network europeo di esperienze denominato CLARINET (Contaminated Land Rehabilitation Network For Environmental Technologies). Ma di tutto questo non si parla in Italia. Eppure potrebbe essere il volano di un’altra economia. Questa sì strategica.